Abstract

La neve in pianura non dipende soltanto dalla temperatura misurata al suolo. Perché i fiocchi raggiungano il terreno senza fondere deve risultare favorevole gran parte dello strato atmosferico compreso tra la nube e la superficie. Nella Pianura Padana questa condizione si verifica principalmente quando aria fredda e densa rimane intrappolata nei bassi strati e una perturbazione fa scorrere sopra di essa aria più umida. È il cosiddetto cuscino freddo, favorito dalla conformazione chiusa del bacino padano. La neve resta tuttavia un fenomeno molto irregolare: spesso il freddo arriva con tempo asciutto, mentre le perturbazioni più ricche di umidità portano anche aria mite, trasformando rapidamente la neve in pioggia. Le diverse zone della pianura non hanno inoltre la stessa climatologia. Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto possono essere interessati da configurazioni meteorologiche differenti. Gli eventi del 1929, 1956, 1985 e 2012 dimostrano che grandi nevicate sono possibili, ma non rappresentano la normalità di ogni inverno. L’aumento delle temperature riduce soprattutto gli episodi prossimi alla soglia tra neve e pioggia: le nevicate eccezionali non diventano impossibili, mentre diminuiscono quelle ordinarie e la permanenza del manto al suolo.

La neve non dipende dal termometro al suolo

La regola secondo cui nevica sotto 0 °C e piove sopra 0 °C è una semplificazione sbagliata.

I cristalli di neve si formano generalmente all’interno di nubi nelle quali la temperatura è ampiamente inferiore allo zero. Durante la caduta attraversano però strati atmosferici con temperature e umidità differenti. Il tipo di precipitazione che raggiunge il terreno dipende quindi dal profilo verticale dell’atmosfera, non soltanto dalla temperatura rilevata a due metri dal suolo. NOAA considera proprio la distribuzione verticale della temperatura, in particolare della temperatura di bulbo umido, uno degli elementi fondamentali per distinguere neve, pioggia, neve granulosa e pioggia congelante.

Se l’intera colonna atmosferica rimane sufficientemente fredda, i fiocchi raggiungono il suolo senza fondere. Se incontrano uno strato sopra 0 °C abbastanza caldo e profondo, fondono e diventano gocce di pioggia. Se sotto lo strato caldo è presente un nuovo strato freddo, le gocce possono ricongelare prima di toccare terra oppure rimanere liquide ma sopraffuse, congelando al contatto con superfici fredde.

Per questo motivo può nevicare con una temperatura al suolo leggermente positiva e può piovere con il terreno sotto zero. Il valore indicato dal termometro racconta soltanto l’ultimo tratto del percorso.

Temperatura di bulbo umido e raffreddamento della precipitazione

Quando l’aria nei bassi strati non è completamente satura, una parte della neve o della pioggia che cade evapora o sublima. Questi processi sottraggono calore all’aria e ne abbassano la temperatura.

Il limite verso il quale l’aria tende a raffreddarsi è rappresentato dalla temperatura di bulbo umido. Se questa è prossima a 0 °C, una precipitazione sufficientemente intensa può raffreddare gli strati inferiori e trasformare progressivamente la pioggia in neve, anche quando all’inizio la temperatura dell’aria era superiore allo zero.

Il fenomeno viene talvolta chiamato raffreddamento evaporativo o raffreddamento da precipitazione. Non è però illimitato: se lo strato caldo è troppo spesso, se affluisce continuamente aria mite o se la precipitazione è debole, il raffreddamento non basta e al suolo continua a piovere. NOAA utilizza infatti il profilo della temperatura di bulbo umido nei sistemi operativi di previsione del tipo di precipitazione.

La temperatura di 0 °C non rappresenta quindi una parete invalicabile. È una soglia fisica importante, ma il risultato dipende dallo spessore degli strati atmosferici, dalla loro umidità e dall’intensità della precipitazione.

Il bacino padano e il cuscino freddo

La Pianura Padana è circondata dalle Alpi a nord e a ovest e dagli Appennini a sud. È aperta principalmente verso l’Adriatico. Questa conformazione riduce spesso la ventilazione e favorisce il ristagno delle masse d’aria nei bassi strati, soprattutto durante le situazioni anticicloniche invernali.

Nelle notti serene il terreno perde calore per irraggiamento. L’aria a contatto con la superficie si raffredda, diventa più densa e tende a rimanere negli strati inferiori. Può così formarsi un’inversione termica: invece di diminuire con l’altezza, per un certo tratto la temperatura aumenta salendo.

Dopo un’irruzione fredda, questa massa d’aria può occupare la pianura per più giorni. Viene comunemente chiamata cuscino freddo. Non si tratta di una massa perfettamente uniforme: spessore e temperatura cambiano da zona a zona e possono essere modificati dal vento, dalla nuvolosità, dall’irraggiamento e dall’arrivo di nuove masse d’aria.

Il cuscino freddo è decisivo quando una perturbazione atlantica o mediterranea porta aria umida sopra la pianura. L’aria mite, essendo meno densa, può inizialmente scorrere sopra lo strato freddo senza rimuoverlo immediatamente. Se la colonna atmosferica rimane abbastanza fredda, la precipitazione raggiunge il suolo come neve.

È la configurazione classica di molte nevicate del Piemonte, della Lombardia occidentale e di parte dell’Emilia.

Il freddo da solo non basta

Durante molte giornate invernali l’aria della pianura è sufficientemente fredda, ma il cielo rimane sereno o coperto da nebbia e nubi basse senza precipitazioni significative.

Il motivo è che le irruzioni fredde continentali sono spesso associate ad aria secca. Possono produrre gelo intenso senza neve.

Al contrario, le perturbazioni atlantiche trasportano grandi quantità di umidità, ma spesso richiamano anche correnti meridionali più miti. La neve può iniziare grazie al freddo preesistente e trasformarsi successivamente in pioggia quando l’aria calda erode il cuscino, prima in quota e poi vicino al suolo.

Per ottenere una nevicata estesa in pianura devono quindi coincidere più condizioni:

  • aria fredda già presente nei bassi strati;
  • umidità e sollevamento sufficienti a produrre precipitazioni;
  • traiettoria favorevole della depressione;
  • assenza di venti miti capaci di rimuovere rapidamente il freddo;
  • profilo termico adatto per buona parte dell’evento.

Non basta che faccia freddo e non basta che arrivi una perturbazione. I due elementi devono presentarsi insieme e nella sequenza corretta.

Quando il cuscino freddo produce gelicidio

La stessa struttura atmosferica che favorisce la neve può produrre pioggia congelante.

Se sopra il cuscino freddo entra uno strato abbastanza caldo da fondere completamente i fiocchi, la precipitazione diventa liquida. Se lo strato sottozero vicino al terreno è troppo sottile per far ricongelare le gocce durante la caduta, queste arrivano al suolo ancora liquide e congelano al contatto con strade, alberi, cavi e veicoli.

ARPA Piemonte descrive il gelicidio come una situazione caratterizzata proprio dallo scorrimento di aria mite e umida sopra un cuscino di aria fredda formatosi in precedenza. Il fenomeno viene osservato soprattutto nelle aree pianeggianti e collinari dell’Astigiano e dell’Alessandrino, dove il freddo può rimanere intrappolato nei bassi strati mentre in quota è già iniziato il riscaldamento.

Neve, pioggia e gelicidio possono quindi alternarsi durante lo stesso evento senza che la temperatura al suolo cambi molto. È sufficiente una variazione di pochi gradi a qualche centinaio o migliaio di metri di quota.

La Pianura Padana non è climaticamente uniforme

Parlare di neve nella Pianura Padana come se si trattasse di un unico luogo porta facilmente a conclusioni sbagliate.

La pianura occidentale è più chiusa e mediamente più lontana dall’influenza diretta dell’Adriatico. In molte configurazioni riesce quindi a conservare il freddo nei bassi strati più a lungo. Cuneese, Piemonte meridionale e fascia pedemontana possono inoltre beneficiare del sollevamento orografico prodotto dalle Alpi e dagli Appennini.

La pianura lombarda presenta differenze tra settore occidentale e orientale, tra alta e bassa pianura e tra aree urbane e rurali. Milano, Pavia, Mantova e Brescia non rispondono nello stesso modo all’arrivo di una perturbazione.

L’Emilia occidentale può ricevere nevicate da scorrimento sopra un cuscino freddo, mentre Emilia orientale e Romagna possono essere colpite anche da depressioni mediterranee alimentate da correnti fredde orientali o nord-orientali. L’evento del febbraio 2012 ne è un esempio evidente: la distribuzione più abbondante non interessò la pianura occidentale, ma soprattutto il settore centro-orientale e la Romagna.

Il Veneto e il Friuli sono più esposti all’influenza dell’Adriatico e alle correnti orientali. In alcune situazioni l’aria marittima rende più difficile la neve sulle pianure costiere; in altre, un’irruzione di Bora accompagnata da una depressione favorevole può portare neve fino a quote molto basse.

Non esiste quindi una semplice regola secondo cui procedendo da ovest verso est nevica sempre meno. Cambiano sia la capacità di conservare il freddo sia il tipo di perturbazione capace di produrre la precipitazione.

Neve che cade, neve che accumula e neve che rimane

Tre fenomeni diversi vengono spesso confusi:

Nevicata: i fiocchi raggiungono il terreno.

Accumulo: la neve riesce a formare uno strato misurabile.

Permanenza: il manto rimane al suolo per ore o giorni.

Può nevicare senza accumulo quando il terreno è caldo, la precipitazione è debole o la temperatura dell’aria è leggermente positiva. Può invece accumulare rapidamente anche su superfici inizialmente sopra zero quando la nevicata è intensa: la fusione e l’evaporazione raffreddano progressivamente il suolo e l’aria vicina.

La permanenza dipende poi dalle temperature successive, dalla radiazione solare, dalla copertura nuvolosa, dal vento, dalla pioggia e dal calore rilasciato dalle superfici urbane.

Una nevicata eccezionale per quantità può quindi lasciare il terreno scoperto in pochi giorni, mentre un accumulo inferiore può resistere più a lungo se seguito da gelo persistente.

Le grandi nevicate del passato

Gli eventi nevosi storici devono essere confrontati con cautela. Le tecniche di misura, la posizione delle stazioni e la continuità delle osservazioni non sono sempre omogenee. Gli accumuli possono inoltre variare notevolmente anche all’interno della stessa città.

Le serie secolari rappresentano però uno strumento prezioso. ARPA Piemonte mette a disposizione per Torino-centro dati di temperatura, precipitazione e altezza della neve a partire dal 1753, mentre la serie di Moncalieri inizia nel 1866.

Tra gli eventi più frequentemente utilizzati come riferimento per il Nord Italia figurano febbraio 1929, febbraio 1956, gennaio 1985 e febbraio 2012.

Febbraio 1929

Il febbraio 1929 fu caratterizzato da freddo esteso e persistente su gran parte dell’Europa. In Emilia-Romagna rimane uno degli eventi storici di riferimento per quantità di neve e durata del manto.

Le misure dell’epoca non sono sempre direttamente confrontabili con quelle moderne, ma ARPAE considera le nevicate del 1929 tra quelle più abbondanti nei capoluoghi emiliani e l’unico precedente chiaramente confrontabile con il 2012 in alcune città romagnole.

Febbraio 1956

Nel febbraio 1956 un’ondata di gelo continentale interessò l’Italia per un periodo prolungato. Anche questo evento produsse nevicate molto abbondanti e, soprattutto, una lunga permanenza della neve.

ARPAE riporta per Bologna circa 63 cm complessivi nello stesso periodo di febbraio preso in esame per il confronto con il 2012. Pur essendo inferiore ai 96 cm misurati nel 2012, nel 1956 la neve rimase al suolo fino al 4 marzo, quasi il doppio del tempo. La differenza non fu quindi nella sola quantità caduta, ma nelle temperature successive.

Gennaio 1985

Il gennaio 1985 rappresenta uno dei principali eventi freddi del dopoguerra nella Pianura Padana.

Secondo ARPA Piemonte, durante la prima decade la temperatura media sulle zone pianeggianti piemontesi fu intorno a −5 °C, con minime medie prossime a −9 °C. Il freddo proseguì anche nella seconda decade, con temperatura media di circa −3 °C.

L’evento interessò ampie zone del Nord Italia e combinò gelo persistente e nevicate, creando condizioni favorevoli alla lunga conservazione del manto.

Dicembre 2009

Tra il 15 e il 23 dicembre 2009 aria fredda continentale raggiunse il Piemonte. ARPA Piemonte rilevò temperature medie di pianura inferiori a 0 °C per tutto il periodo; il 20 dicembre la media regionale delle stazioni pianeggianti scese intorno a −7 °C.

L’episodio dimostra che eventi di freddo marcato continuarono a verificarsi anche negli anni più recenti, pur all’interno di una tendenza climatica generale al riscaldamento.

Febbraio 2012

Il febbraio 2012 fu prodotto da una configurazione persistente che convogliò aria molto fredda continentale verso il Mediterraneo e alimentò più sistemi depressionari.

In Emilia-Romagna le nevicate si susseguirono tra il 31 gennaio e il 12 febbraio. Il riepilogo ARPAE, indicato come provvisorio nel rapporto originale, riportò accumuli complessivi di 96 cm a Bologna, 74 cm a Modena, 101 cm a Ravenna, 165 cm a Forlì e 195 cm a Cesena. Nelle aree collinari e appenniniche della Romagna furono misurate quantità molto superiori.

La distribuzione dell’evento mostra perché non si possa applicare alla Pianura Padana un unico modello: mentre sul settore occidentale le precipitazioni furono più limitate, Emilia orientale e Romagna ricevettero accumuli eccezionali.

In Piemonte, l’ondata di freddo del febbraio 2012 fu valutata da ARPA come la più rilevante dal gennaio 1985 e confrontabile con quella del febbraio 1956.

Le grandi nevicate non contraddicono il riscaldamento

Un clima più caldo non impedisce ogni futura nevicata in pianura.

La variabilità atmosferica continuerà a produrre irruzioni fredde, depressioni mediterranee e configurazioni favorevoli. Quando aria molto fredda e precipitazioni abbondanti coincidono, possono ancora verificarsi accumuli importanti.

Il cambiamento climatico agisce soprattutto sugli eventi prossimi alla soglia. Se una nevicata del passato avveniva con una colonna atmosferica appena sotto 0 °C, un aumento di uno o due gradi può trasformarla in neve bagnata, pioggia mista o pioggia. Un evento alimentato da aria molto fredda può invece continuare a produrre neve anche in un clima mediamente più caldo.

Per questo motivo la diminuzione media della neve può convivere con singoli episodi eccezionali. L’eccezione non annulla la tendenza, così come un inverno senza neve non basta da solo a dimostrarla.

Che cosa mostrano i dati climatici

Le osservazioni europee indicano una diminuzione generale delle nevicate e della copertura nevosa, particolarmente evidente alle quote più basse. L’Agenzia europea dell’ambiente segnala che l’aumento delle temperature sta riducendo la frazione delle precipitazioni che cade come neve e abbreviando la durata del manto in molte regioni dell’Europa centrale e meridionale.

L’IPCC considera la neve delle quote basse e medie particolarmente sensibile al riscaldamento. La variabilità tra un inverno e l’altro rimane molto elevata, ma la durata e lo spessore medio della copertura nevosa diminuiscono quando cresce la temperatura.

In Italia, ISPRA stima per la temperatura media un aumento di circa 0,42 °C per decennio nel periodo 1981–2024. L’inverno 2023-2024 risultò il più caldo della serie nazionale iniziata nel 1961, con un’anomalia di +2,18 °C rispetto alla media 1991-2020.

Le serie urbane mostrano lo stesso segnale generale. A Milano Brera, la serie omogenea dal 1901 evidenzia un aumento della temperatura media di circa 2,2 °C, con una crescita particolarmente marcata delle massime invernali. A Torino, l’inverno 2023-2024 è risultato il più caldo della serie iniziata nel 1753, con una media di 7,7 °C e un’anomalia di +2,7 °C rispetto al periodo 1991-2020.

Questi dati non costituiscono da soli una misura diretta della neve caduta in tutta la pianura, ma descrivono il cambiamento della variabile che determina il passaggio tra precipitazione solida e liquida.

Perché la neve in pianura è particolarmente vulnerabile

In montagna, durante una perturbazione invernale, la temperatura può rimanere diversi gradi sotto zero. Un aumento moderato non è necessariamente sufficiente a trasformare subito la neve in pioggia.

In pianura la situazione è spesso marginale. Molti episodi avvengono con temperature comprese tra circa −1 e +2 °C e dipendono da sottili strati freddi vicino al suolo. Una variazione relativamente piccola può quindi modificare completamente il tipo di precipitazione.

Il riscaldamento può agire in diversi modi:

  • riduce la frequenza delle irruzioni capaci di produrre freddo persistente al suolo;
  • rende più facile l’erosione del cuscino freddo;
  • aumenta la quota alla quale la neve si trasforma in pioggia;
  • riscalda il terreno e le superfici urbane;
  • accelera la fusione dopo l’evento;
  • riduce la permanenza del manto anche quando l’accumulo è abbondante.

La risposta non è lineare. Un aumento medio di 1 °C non significa che cada una quantità fissa di neve in meno. Significa che una parte degli eventi collocati vicino alla soglia cambia categoria.

Il ruolo delle città

Le aree urbane accumulano e rilasciano calore attraverso edifici, asfalto, traffico e impianti di riscaldamento. L’isola di calore urbana può aumentare la temperatura rispetto alle campagne circostanti, soprattutto durante le notti stabili e poco ventose.

Questo può produrre differenze visibili durante una nevicata marginale: accumulo nelle periferie e nelle campagne, neve bagnata o assente nel centro cittadino.

Non significa però che il calore urbano impedisca sempre la neve. Durante precipitazioni intense e con aria sufficientemente fredda anche i centri urbani possono ricevere accumuli rilevanti. L’effetto urbano diventa decisivo soprattutto quando la situazione atmosferica è vicina al limite tra neve e pioggia.

Conclusioni

La neve in Pianura Padana nasce da un equilibrio delicato.

Non basta che il terreno sia gelato e non basta leggere 0 °C sul termometro. Deve risultare favorevole il profilo termico di gran parte dell’atmosfera attraversata dalla precipitazione.

La conformazione chiusa del bacino padano può conservare aria fredda nei bassi strati e creare il cuscino necessario. La stessa conformazione, però, non garantisce le precipitazioni. Spesso le giornate più fredde sono asciutte, mentre le perturbazioni più umide introducono aria mite e trasformano la neve in pioggia.

La Pianura Padana non costituisce inoltre un ambiente uniforme. Il Nord-Ovest, la Lombardia, l’Emilia, la Romagna e le pianure adriatiche rispondono a configurazioni atmosferiche differenti. Una depressione può produrre neve abbondante in una zona e pioggia a poche decine di chilometri di distanza.

Gli eventi del 1929, 1956, 1985 e 2012 dimostrano che grandi nevicate sono possibili. Mostrano anche che quantità caduta e permanenza al suolo sono due grandezze diverse: nel 2012 a Bologna cadde più neve che nel febbraio 1956, ma il manto scomparve molto più rapidamente.

Il riscaldamento climatico non rende impossibile ogni futura nevicata. Riduce soprattutto gli episodi marginali, quelli nei quali pochi gradi separano una pianura bianca da una giornata di pioggia.

Le nevicate eccezionali possono ancora verificarsi.

Ciò che diventa meno comune è l’inverno capace di conservare abbastanza freddo, abbastanza a lungo e proprio nel momento in cui arriva l’umidità.

Fonti principali

NOAA National Weather Service, Winter Precipitation Types.
NOAA, Numerical Methods for Determining Precipitation Type.
ARPA Piemonte, Gelicidio o pioggia congelante.
ARPA Piemonte, Analisi meteorologica dell’evento di freddo intenso – febbraio 2012.
ARPAE Emilia-Romagna, Febbraio 2012, ma quanta neve è caduta?
ARPA Piemonte, Banca dati storica – serie centenarie di Torino e Moncalieri.
ARPA Lombardia, Serie storica della stazione di Milano Brera.
ISPRA-SNPA, Il clima in Italia nel 2024.
ISPRA, Ambiente in Italia 2025.
European Environment Agency, Snow and ice: snow, glaciers and ice sheets.
IPCC, Special Report on the Ocean and Cryosphere – High Mountain Areas.