Abstract
Nel 1978 la Cina avviò il Three-North Shelterbelt Program, conosciuto anche come “Grande Muraglia Verde”, con l’obiettivo di contrastare erosione e desertificazione nelle regioni settentrionali, nordorientali e nordoccidentali del Paese. Il programma, previsto fino al 2050, interessa un territorio di oltre quattro milioni di chilometri quadrati, ma ciò non significa che l’intera superficie debba essere coperta da foreste. Gli interventi comprendono fasce frangivento, arbusti, vegetazione erbacea, recupero delle praterie, protezione dal pascolo e sistemi meccanici per stabilizzare la sabbia. I dati mostrano un aumento della copertura vegetale e un miglioramento di alcuni servizi ecosistemici, ma gli effetti sono molto differenti tra regioni umide, semiaride e desertiche. La scarsità d’acqua, la scelta delle specie e la mortalità delle piantagioni limitano l’efficacia degli interventi più intensivi. Il programma non può arrestare un deserto naturale, ma può ridurre il movimento delle dune e proteggere coltivazioni, infrastrutture e insediamenti situati ai suoi margini.
Parole chiave: desertificazione, riforestazione, fasce frangivento, erosione eolica, Taklamakan, Three-North Shelterbelt Program.
1. Introduzione
La Cina settentrionale comprende estese regioni aride e semiaride nelle quali il vento può rimuovere il suolo superficiale, trasportare polveri e spingere le dune verso terreni agricoli, strade e centri abitati. Il problema non consiste semplicemente nell’espansione dei deserti naturali. La desertificazione è il degrado di territori aridi e semiaridi provocato dall’interazione tra variabilità climatica e attività umane, tra cui sovrapascolo, coltivazione eccessiva, prelievo d’acqua e rimozione della vegetazione.
Nel 1978 il governo cinese avviò il Three-North Shelterbelt Program, destinato alle tre grandi regioni settentrionali del Paese. Il programma dovrebbe terminare nel 2050 e interessa tredici suddivisioni amministrative, per una superficie complessiva di circa 4,07 milioni di km², equivalente al 42,4% del territorio cinese. Questa cifra indica l’area geografica interessata dalle politiche di protezione e ripristino, non la superficie effettivamente piantata.
Il progetto viene spesso descritto come una muraglia continua di alberi destinata a “fermare il deserto”. La definizione è efficace dal punto di vista giornalistico, ma scientificamente imprecisa. Si tratta di una rete discontinua di foreste protettive, filari, arbusteti, praterie recuperate e barriere artificiali, adattata alle condizioni locali.
2. Metodo e fonti
Il presente articolo costituisce una revisione narrativa basata su dati del governo cinese, documenti della FAO e pubblicazioni scientifiche sottoposte a revisione tra pari. I dati ufficiali sono utilizzati per descrivere estensione, cronologia e opere realizzate; gli studi scientifici sono utilizzati per valutare risultati, attribuzione causale e limiti ecologici.
Questa distinzione è necessaria perché l’aumento della vegetazione osservato nella Cina settentrionale non dipende esclusivamente dal Three-North Shelterbelt Program. Nella stessa area sono stati attuati altri programmi di recupero dei terreni, protezione delle praterie e conversione dei campi marginali. Anche precipitazioni, temperature, vento e cambiamenti socioeconomici influenzano l’evoluzione del territorio. Uno studio del 2026 precisa infatti che i cambiamenti rilevati tra il 1985 e il 2024 derivano dall’azione combinata di interventi ecologici, variabilità climatica e gestione del suolo.
3. Dimensioni e obiettivi del programma
Il piano originario prevedeva la realizzazione di circa 35 milioni di ettari di foreste protettive tra il 1978 e il 2050 e l’aumento della copertura forestale regionale da circa il 5% al 14-15%. Le foreste dovevano ridurre l’erosione eolica e idrica, proteggere i campi coltivati, limitare i danni delle tempeste di sabbia e migliorare le condizioni degli insediamenti rurali.
Secondo i dati ufficiali riferiti al 2023, nell’ambito del programma erano stati interessati da imboschimento circa 32 milioni di ettari. La copertura forestale dell’area sarebbe passata dal 5,05% del 1978 al 13,84% del 2023. Questi dati descrivono l’avanzamento amministrativo del progetto, ma non indicano automaticamente quanti alberi siano sopravvissuti, quale sia la densità delle formazioni vegetali o quale parte dell’aumento sia direttamente attribuibile al singolo programma.
La differenza tra area del programma e superficie imboschita è fondamentale. Oltre quattro milioni di chilometri quadrati rappresentano il territorio nel quale vengono applicate differenti strategie di gestione; i 32 milioni di ettari, pari a 320.000 km², rappresentano invece l’ordine di grandezza della superficie ufficialmente sottoposta a imboschimento.
4. Le tecniche utilizzate
4.1 Fasce frangivento
Le fasce frangivento sono file o gruppi di alberi e arbusti disposti trasversalmente rispetto ai venti dominanti. La vegetazione riduce la velocità dell’aria vicino al suolo e, di conseguenza, la capacità del vento di sollevare e trasportare particelle.
L’obiettivo non è creare una barriera completamente impermeabile. Una fascia troppo compatta può generare turbolenze sul lato sottovento; una struttura parzialmente permeabile rallenta invece il flusso su una distanza maggiore. Altezza, larghezza, densità e orientamento della fascia devono quindi essere progettati in relazione alla direzione del vento, alla granulometria del suolo e alla posizione delle aree da proteggere.
4.2 Alberi, arbusti e vegetazione erbacea
Nelle zone meno aride possono essere impiegati alberi, mentre nelle aree più asciutte sono spesso più adatti arbusti ed erbe resistenti alla siccità. Una specie arborea a crescita rapida non è necessariamente la soluzione migliore: può richiedere troppa acqua, sviluppare radici insufficienti o risultare vulnerabile a parassiti e periodi di siccità.
La ricerca più recente insiste sulla corrispondenza tra specie e sito. Uno studio basato su oltre 200.000 registrazioni dell’inventario forestale cinese stima che, entro il 2060, l’idoneità climatica di alcune specie oggi dominanti nelle piantagioni potrebbe diminuire sensibilmente. Ciò rende necessaria una selezione adattativa delle specie, invece dell’impiego uniforme delle stesse piante su territori molto diversi.
4.3 Barriere di paglia e opere meccaniche
Nelle dune mobili la vegetazione non può sempre essere piantata direttamente, perché vento e sabbia possono scoprire le radici o seppellire le giovani piante. Vengono quindi realizzate griglie di paglia disposte a scacchiera, che aumentano la rugosità del terreno e riducono il movimento della sabbia.
Dove le dune sono particolarmente mobili si utilizzano barriere verticali più alte. Dopo la stabilizzazione iniziale possono essere introdotti arbusti resistenti, eventualmente sostenuti da irrigazione localizzata. Sul margine meridionale del Taklamakan sono stati impiegati livellamento del terreno, ali gocciolanti, tamerici, barriere di paglia e strutture artificiali frangivento.
4.4 Protezione della vegetazione naturale
Il recupero non avviene soltanto attraverso nuove piantagioni. In alcuni territori si limita il pascolo, si chiudono temporaneamente le aree degradate e si favorisce la rigenerazione spontanea. Questo approccio può risultare più stabile e meno costoso dell’imboschimento, perché utilizza specie già adattate al clima e al suolo.
La moderna gestione cinese tende infatti a integrare foreste, arbusteti, praterie, zone umide e terreni agricoli, superando almeno in parte l’impostazione originaria basata prevalentemente sul numero di alberi piantati. Le revisioni scientifiche sottolineano che il recupero ecologico deve essere progettato a scala di paesaggio e non come una semplice campagna di piantumazione.
5. Risultati osservati
Le immagini satellitari mostrano un aumento generale della vegetazione in ampie zone della Cina settentrionale. Diversi studi attribuiscono una parte di questo miglioramento ai programmi di riforestazione e recupero del territorio, pur riconoscendo il contributo delle variazioni climatiche e di altre politiche ambientali.
Una revisione scientifica pubblicata nel 2023 conclude che, nel complesso, il programma ha contribuito a ridurre erosione, trasporto della sabbia e degradazione del suolo, offrendo anche protezione alle coltivazioni e accumulo di carbonio nella biomassa. I risultati non sono però uniformi e dipendono fortemente dalle condizioni climatiche e dalla gestione locale.
Uno studio del 2026 ha analizzato quattro servizi ecosistemici: conservazione dell’acqua, mantenimento della biodiversità, conservazione del suolo e controllo dell’erosione eolica. L’indice complessivo è migliorato tra il 1985 e il 2024, ma con forti differenze geografiche. Le prestazioni più elevate si concentrano nelle aree montane e relativamente umide, mentre le zone desertiche e semiaride del centro e del nord-ovest rimangono fortemente limitate dalla scarsità di precipitazioni, dall’elevata evaporazione e dalla bassa fertilità del suolo.
Nello stesso studio, le aree appartenenti alla classe più bassa dell’indice complessivo costituivano ancora circa l’88% della regione analizzata. Il dato non significa che l’88% del programma abbia fallito, ma dimostra che un aumento della vegetazione non trasforma automaticamente un ambiente arido in un ecosistema ad alta funzionalità.
Anche la diminuzione delle tempeste di polvere non può essere attribuita interamente agli alberi. Analisi atmosferiche indicano che, tra il 2001 e il 2017, la riduzione dell’attività delle polveri nell’Asia orientale è stata associata sia all’aumento della copertura vegetale e dell’umidità del suolo, sia all’indebolimento dei venti superficiali.
6. Il caso del deserto del Taklamakan
Il Taklamakan, situato nello Xinjiang, occupa circa 337.600 km² ed è caratterizzato da estese dune mobili. Il 28 novembre 2024 le autorità cinesi hanno annunciato il completamento di una cintura protettiva lunga 3.046 km attorno al suo perimetro. Alla fine del 2023 risultavano collegati 2.761 km; durante il 2024 è stato completato il tratto restante, lungo circa 285 km e situato principalmente sul margine meridionale.
Dire che il Taklamakan è stato “circondato dagli alberi” è però una semplificazione. La cintura comprende oasi esistenti, piantagioni, arbusti, tamerici, barriere di paglia, opere frangivento, irrigazione a goccia e interventi per proteggere campi e infrastrutture. In alcune aree sono stati sperimentati anche impianti fotovoltaici, che riducono la velocità del vento sopra il terreno e consentono la crescita di vegetazione resistente sotto i pannelli.
L’opera non arresta il funzionamento naturale del deserto e non blocca tutte le tempeste di sabbia. La sua funzione è più concreta: stabilizzare alcuni settori periferici, ridurre l’ingresso della sabbia nelle oasi e limitare i danni a coltivazioni, strade, canali e abitazioni.
7. Il limite principale: l’acqua
Gli alberi intercettano le precipitazioni e trasferiscono acqua all’atmosfera attraverso la traspirazione. Nelle regioni umide questo consumo può essere compensato dalle piogge; nelle zone aride può invece ridurre l’umidità del suolo, la ricarica delle falde e la portata disponibile per altri ecosistemi.
Una revisione sui programmi cinesi di recupero ecologico stima che l’imboschimento possa aumentare il consumo d’acqua, rispetto alla vegetazione naturale preesistente, di centinaia o migliaia di metri cubi per ettaro all’anno, con forti variazioni tra territori e tipi di vegetazione. La stessa revisione segnala riduzioni delle riserve idriche e del deflusso in alcune aree sottoposte a intensa riforestazione.
Il problema non è quindi stabilire se gli alberi siano utili o dannosi in assoluto. La domanda corretta è quanti alberi un determinato territorio possa sostenere senza superare la disponibilità idrica. In ambienti estremamente aridi, arbusti bassi, praterie e rigenerazione naturale possono risultare più sostenibili di una foresta ad alta densità.
La localizzazione è altrettanto importante. Uno studio pubblicato su Nature Communications ha mostrato che le piantagioni effettuate in bacini aridi possono contribuire alla perdita di zone umide e che gli effetti risultano maggiori nella Cina settentrionale e occidentale. Gli autori concludono che la pianificazione deve evitare gli ambienti nei quali la nuova vegetazione entra direttamente in competizione con ecosistemi acquatici già vulnerabili.
8. Mortalità, monocolture e manutenzione
Le prime fasi del programma hanno fatto ampio ricorso a piantagioni uniformi e specie a crescita rapida. Questo metodo semplifica la produzione e la messa a dimora, ma può produrre ecosistemi fragili. Piante della stessa specie e della stessa età reagiscono in modo simile a siccità, gelo, incendi, insetti e malattie; un singolo evento può quindi danneggiare superfici molto estese.
La mortalità non deve essere valutata soltanto nel primo anno. Un albero può sopravvivere inizialmente grazie all’irrigazione e degradarsi dopo molti anni, quando le radici esauriscono l’acqua disponibile negli strati profondi. Studi sulle piantagioni di pioppo nella regione del Three-North hanno collegato il deperimento degli alberi a deficit idrici profondi e prolungati.
Per questo il numero di alberi messi a dimora è un indicatore insufficiente. Una valutazione seria deve considerare sopravvivenza a lungo termine, crescita, quantità d’acqua consumata, riduzione effettiva dell’erosione, biodiversità e costi di manutenzione.
9. Discussione
Il Three-North Shelterbelt Program ha prodotto risultati reali: aumento della copertura vegetale, stabilizzazione di alcune dune, riduzione dell’erosione in diversi territori e maggiore protezione di campi e infrastrutture. Le prove disponibili non giustificano però l’idea di una vittoria definitiva sulla desertificazione.
Gli effetti positivi risultano generalmente maggiori nei territori nei quali esiste sufficiente acqua per sostenere la vegetazione. Nelle regioni estremamente aride il successo dipende da interventi molto più selettivi, collocati soprattutto ai margini delle oasi, lungo le infrastrutture e nelle aree direttamente esposte al movimento della sabbia.
Il programma dimostra anche che piantare non equivale automaticamente a ripristinare un ecosistema. Una foresta artificiale povera di specie, alimentata con acqua sottratta ad altri ambienti e incapace di rigenerarsi senza manutenzione può essere verde nelle fotografie, ma ecologicamente instabile.
La strategia più efficace combina quindi differenti strumenti: protezione della vegetazione naturale, controllo del pascolo, riduzione della pressione agricola, arbusti resistenti, fasce frangivento, barriere meccaniche e piantagioni concentrate soltanto dove il bilancio idrico lo consente.
10. Conclusioni
La Grande Muraglia Verde cinese non è una muraglia continua e non può fermare un deserto naturale. È un programma territoriale di durata superiore a settant’anni che tenta di ridurre gli effetti della desertificazione e del trasporto eolico della sabbia su una parte enorme della Cina settentrionale.
I risultati indicano che l’intervento ha contribuito all’aumento della vegetazione e al miglioramento di alcuni servizi ecosistemici. L’attribuzione rimane però complessa, perché clima, altri programmi ambientali e trasformazioni economiche hanno agito contemporaneamente.
Il limite decisivo è la disponibilità d’acqua. Nelle regioni aride non è sostenibile imporre ovunque foreste dense. Specie, densità, profondità delle radici e posizione delle piantagioni devono essere compatibili con precipitazioni, falde e vegetazione naturale.
La lezione generale è chiara: la desertificazione non si combatte contando gli alberi. Si combatte progettando il territorio, riducendo le cause del degrado e utilizzando soltanto la vegetazione che l’ambiente può sostenere nel lungo periodo.
Fonti principali
FAO, descrizione e obiettivi originari del Three-North Shelterbelt Program. Guan et al., valutazione degli effetti ecologici del programma tra il 1985 e il 2024, Scientific Reports, 2026. Zhai et al., revisione degli effetti ambientali ed economici del programma, Science of the Total Environment, 2023. Fu et al., revisione dei programmi cinesi di recupero ecologico e dei relativi compromessi idrici, National Science Review, 2023. Xi et al., effetti della piantumazione sulle zone umide cinesi, Nature Communications, 2022.