Abstract

L’acqua utilizzata in casa rappresenta soltanto una parte dell’acqua associata ai nostri consumi. Alimenti, vestiti, mangimi, carta, energia e manufatti richiedono acqua durante la coltivazione delle materie prime, l’allevamento, la trasformazione industriale e il trattamento degli scarichi. Questa componente indiretta viene descritta attraverso i concetti di acqua virtuale e impronta idrica. Una valutazione globale riferita al periodo 1996–2005 stimò per il consumatore medio un’impronta di circa 1.385 metri cubi all’anno, equivalenti a circa 3.800 litri al giorno. Non si tratta però di acqua che esce materialmente dal rubinetto né di una misura automatica del danno ambientale. Gran parte è acqua piovana utilizzata dalle colture, mentre una quota proviene da fiumi, laghi e falde oppure rappresenta teoricamente il volume necessario a mantenere gli inquinanti entro determinati limiti di qualità. L’impatto reale dipende soprattutto dal luogo, dalla stagione, dalla scarsità locale, dal metodo produttivo e dalla capacità degli ecosistemi di sostenere il prelievo. L’impronta idrica permette quindi di rendere visibili dipendenze nascoste, ma deve essere interpretata senza trasformare medie globali in valori universali.

L’acqua che non compare nella bolletta

Quando si parla di consumo d’acqua si pensa normalmente a docce, rubinetti, lavatrici, lavastoviglie e irrigazione domestica. Questi utilizzi sono visibili e possono essere misurati dal contatore.

La maggior parte dei prodotti acquistati, tuttavia, ha richiesto acqua prima di arrivare nelle nostre case. Un alimento ha utilizzato acqua durante la crescita delle colture, la produzione dei mangimi, l’allevamento e la lavorazione. Un indumento contiene indirettamente l’acqua impiegata per coltivare le fibre, tingerle e trasformarle. Anche prodotti industriali ed energia possiedono una componente idrica lungo la catena produttiva.

Questa acqua non rimane necessariamente dentro il prodotto finito. Nella maggior parte dei casi è evaporata, è stata traspirata dalle piante, incorporata nei raccolti oppure restituita all’ambiente in condizioni differenti.

L’impronta idrica considera quindi sia l’uso diretto sia quello indiretto dell’acqua lungo l’intero ciclo produttivo. Non descrive semplicemente il volume prelevato da un impianto o da un acquedotto.

Acqua virtuale e impronta idrica non sono esattamente la stessa cosa

L’espressione acqua virtuale indica l’acqua impiegata per produrre una merce. Quando quella merce viene trasportata o esportata, è come se insieme al prodotto venisse trasferita indirettamente anche l’acqua utilizzata per realizzarlo.

Non viene trasportata una cisterna nascosta dentro un sacco di grano. Viene trasferito il risultato produttivo ottenuto grazie all’acqua del luogo di origine.

L’impronta idrica è un indicatore più ampio. Può essere calcolata per un prodotto, una persona, una città, un’impresa o un paese e considera il consumo d’acqua e la pressione sulla qualità lungo la catena di produzione.

Un paese possiede quindi due impronte differenti:

  • l’impronta della produzione realizzata nel proprio territorio;
  • l’impronta dei beni consumati dai propri abitanti, anche quando sono prodotti all’estero.

Questa distinzione mostra perché i consumi di una popolazione possano esercitare pressioni su fiumi, falde e terreni situati a migliaia di chilometri di distanza.

Le tre componenti: verde, blu e grigia

L’impronta idrica viene generalmente suddivisa in tre componenti.

L’acqua verde è l’acqua piovana immagazzinata nel terreno e successivamente utilizzata dalle piante. Comprende soprattutto l’acqua che ritorna nell’atmosfera attraverso evaporazione e traspirazione durante la crescita di colture, pascoli e foreste.

L’acqua blu proviene da fiumi, laghi e falde. È la componente utilizzata, per esempio, dall’irrigazione, dagli allevamenti, dai processi industriali e dagli acquedotti quando una parte non ritorna nello stesso bacino nelle medesime condizioni.

L’acqua grigia non è normalmente un volume d’acqua prelevato e versato dentro un impianto. È un indicatore teorico di inquinamento: rappresenta il volume d’acqua dolce necessario per diluire un carico di contaminanti fino al rispetto di uno standard di qualità stabilito.

Sommare le tre componenti è utile per costruire un quadro generale, ma esse non sono fisicamente equivalenti. Un metro cubo di pioggia utilizzato da una coltura non produce necessariamente lo stesso impatto di un metro cubo pompato da una falda sovrasfruttata. Anche la componente grigia deriva da un calcolo convenzionale e non da una misura diretta dell’acqua consumata.

Circa 3.800 litri al giorno: che cosa significa davvero

Uno studio pubblicato nel 2012 sui dati del periodo 1996–2005 stimò l’impronta idrica globale media dei consumi in circa 1.385 metri cubi per persona all’anno.

Dividendo questo volume per i giorni dell’anno si ottengono circa 3.800 litri al giorno.

Il numero può sembrare enorme rispetto ai consumi domestici, ma non indica che ogni persona prelevi direttamente ogni giorno quasi quattromila litri di acqua potabile. Comprende l’acqua verde, blu e grigia attribuita a tutti i beni e servizi consumati.

Lo stesso studio stimò un’impronta globale complessiva di circa 9.087 miliardi di metri cubi all’anno:

  • 74% acqua verde;
  • 11% acqua blu;
  • 15% acqua grigia.

Circa il 92% dell’impronta mondiale era associato alla produzione agricola. Cereali, carne e prodotti lattiero-caseari costituivano alcune delle principali componenti dell’impronta del consumatore medio. Questi valori descrivono una media globale storica e non devono essere presentati come una fotografia esatta del consumo attuale di ogni individuo.

Perché l’alimentazione pesa così tanto

L’agricoltura trasforma grandi quantità di acqua in biomassa. Le colture intercettano la pioggia, assorbono umidità dal terreno e, quando necessario, ricevono acqua d’irrigazione.

A livello mondiale l’agricoltura rappresenta attualmente circa il 72% dei prelievi di acqua dolce. Questo dato non coincide con l’impronta idrica complessiva, perché i prelievi riguardano principalmente l’acqua blu, mentre l’impronta agricola comprende anche la pioggia utilizzata dalle colture.

Nei prodotti animali occorre considerare non soltanto l’acqua bevuta dagli animali, ma soprattutto quella associata alla produzione dei mangimi. Un bovino consuma cereali, foraggi e pascoli cresciuti durante mesi o anni. L’impronta del mangime viene quindi attribuita alla carne, al latte o agli altri prodotti ottenuti.

Una valutazione globale ha stimato che quasi un terzo dell’impronta idrica agricola fosse collegato alla produzione animale. A parità di calorie o proteine, le differenze tra prodotti possono essere rilevanti, anche se variano con il sistema di allevamento, il tipo di mangime e il luogo di produzione.

Quindicimila litri per un chilogrammo di carne?

La media globale spesso citata per la carne bovina è di circa 15.400 litri per chilogrammo. Questo valore deriva dalla somma delle componenti verde, blu e grigia lungo l’intero processo produttivo, con una parte rilevante associata al mangime.

Non significa che per produrre ogni chilogrammo di carne vengano prelevati da un acquedotto 15.400 litri di acqua potabile.

Una parte consistente può essere pioggia caduta su pascoli o colture. Il valore cambia inoltre in base a clima, resa agricola, alimentazione dell’animale, durata dell’allevamento, irrigazione e produttività del sistema.

Una carne proveniente da un’area piovosa e alimentata prevalentemente da pascolo non esercita la stessa pressione sulla risorsa blu di una produzione dipendente da mangimi irrigati in una regione arida. Il numero globale è utile per comprendere l’ordine di grandezza, ma non permette da solo di valutare la sostenibilità di un prodotto specifico.

Anche un indumento contiene acqua invisibile

La coltivazione del cotone richiede acqua piovana e, in molte regioni, irrigazione. Successivamente le fibre vengono lavate, tinte e trasformate, con ulteriori consumi e scarichi.

La stima media globale riportata dal Water Footprint Network è di circa 10.000 litri per un chilogrammo di tessuto di cotone. Una maglietta da 250 grammi viene quindi associata, come ordine di grandezza medio, a circa 2.500 litri.

Il valore varia però notevolmente. Le stime dipendono dal paese di coltivazione, dal clima, dall’irrigazione, dalla resa per ettaro e dalle modalità di lavorazione. In alcune produzioni la componente blu è limitata; in altre il cotone dipende fortemente da fiumi o falde situati in territori già sottoposti a scarsità.

Anche in questo caso l’impronta non deve essere letta come una quantità identica per ogni maglietta presente in commercio. Serve soprattutto a mostrare che una parte dell’impatto avviene molto prima dell’acquisto e spesso lontano dal luogo in cui il capo viene indossato.

La stessa quantità d’acqua può avere impatti opposti

Un limite fondamentale dei numeri espressi soltanto in litri è che non indicano automaticamente la gravità dell’impatto.

Consumare acqua piovana in una zona umida non equivale a pompare una falda che si ricarica lentamente. Irrigare durante la stagione delle piogge non è la stessa cosa che irrigare durante una siccità. Prelevare acqua da un grande fiume non produce necessariamente le stesse conseguenze del prelievo da un piccolo corso d’acqua già vicino al minimo vitale.

Per giudicare la sostenibilità occorre sapere:

  • dove avviene l’uso;
  • in quale periodo dell’anno;
  • quale sorgente viene utilizzata;
  • quanta acqua rimane disponibile;
  • quali ecosistemi dipendono dalla stessa risorsa;
  • quali contaminanti vengono prodotti;
  • quali standard di qualità sono applicati.

Il Water Footprint Network precisa che l’impatto dipende dal luogo e dal momento in cui l’acqua viene consumata. Per questo un valore medio globale non è una valutazione ambientale completa.

Il commercio sposta l’uso dell’acqua

Quando un paese importa grano, cotone, carne, caffè o altri prodotti, importa indirettamente anche il risultato dell’acqua impiegata per produrli.

Lo studio globale riferito al periodo 1996–2005 stimò che circa un quinto dell’impronta idrica mondiale fosse collegato a prodotti destinati all’esportazione. Il commercio internazionale può quindi separare il luogo del consumo dal luogo in cui avvengono il prelievo, l’evaporazione e l’inquinamento.

Questo meccanismo può essere vantaggioso quando un territorio arido importa prodotti da regioni nelle quali la produzione richiede meno irrigazione. Può però produrre l’effetto opposto se le merci vengono coltivate per l’esportazione in bacini già sovrasfruttati.

Non basta quindi affermare che importare acqua virtuale sia sempre positivo o sempre negativo. Occorre confrontare produttività, disponibilità locale, componente verde e blu, condizioni ambientali e conseguenze sociali nei territori produttori. Gli stessi studi sul commercio virtuale segnalano incertezze elevate e differenze rilevanti tra le diverse modalità di conteggio.

Ridurre gli sprechi conta più di chiudere il rubinetto mentre si produce un alimento

Risparmiare acqua domestica rimane utile, soprattutto nei periodi di siccità e nei territori con reti o risorse limitate. Riparare una perdita o evitare usi inutili riduce direttamente il prelievo locale e l’energia necessaria per trattamento e distribuzione.

L’impronta indiretta mostra però che anche le decisioni alimentari e commerciali hanno un ruolo.

Gettare un alimento significa sprecare anche il terreno, l’energia, il lavoro e l’acqua impiegati per produrlo. Ridurre lo spreco alimentare evita quindi una produzione priva di utilità.

Anche la durata dei beni conta. Utilizzare più a lungo un indumento distribuisce l’impronta della sua produzione su un numero maggiore di utilizzi. Sostituire frequentemente prodotti ancora funzionanti richiede nuove materie prime e nuovi processi produttivi.

Una dieta con quantità molto elevate di prodotti animali tende mediamente ad avere un’impronta maggiore rispetto a una dieta che ricava una quota più ampia di calorie e proteine direttamente dai vegetali. Non è però possibile giudicare ogni prodotto soltanto dalla categoria: provenienza, irrigazione, resa, spreco e metodo produttivo possono modificare considerevolmente il risultato.

Non tutto può essere scaricato sul consumatore

L’impronta idrica individuale dipende dalle scelte personali, ma anche da elementi che il singolo consumatore controlla poco o per nulla.

La struttura dell’agricoltura, le colture incentivate, la gestione dei bacini, le autorizzazioni ai prelievi, il prezzo dell’acqua, i sistemi di irrigazione, le norme sugli scarichi e la trasparenza delle filiere sono decisioni collettive, economiche e politiche.

Un consumatore difficilmente può conoscere la falda utilizzata per coltivare un mangime, la stagione dell’irrigazione o la qualità dello scarico di un impianto tessile. Senza dati territoriali e filiere tracciabili, il numero riportato su una generica tabella rimane una media.

La riduzione dell’impronta più problematica richiede quindi anche:

  • irrigazione più efficiente dove produce un risparmio reale;
  • limiti di prelievo compatibili con la ricarica delle falde;
  • protezione dei deflussi ecologici;
  • trattamento delle acque reflue;
  • riduzione delle perdite produttive e alimentari;
  • scelta delle colture in funzione della disponibilità locale;
  • informazioni attendibili lungo le catene di fornitura.

La gestione sostenibile non consiste soltanto nel ridurre un numero totale, ma nel diminuire l’uso di acqua nei luoghi e nei periodi in cui produce il danno maggiore.

L’impronta idrica non è un’etichetta assoluta

L’indicatore è utile perché rende visibile ciò che il contatore domestico non mostra. Presenta però diversi limiti.

I risultati dipendono dai dati climatici, dai modelli, dalle rese agricole, dagli standard di qualità, dai confini scelti per l’analisi e dal periodo considerato.

La componente grigia è particolarmente sensibile al contaminante analizzato e alla concentrazione massima ammessa. Due studi possono quindi produrre risultati differenti pur riferendosi allo stesso prodotto.

Anche l’aggregazione delle componenti può nascondere informazioni importanti. Due beni con lo stesso volume totale possono avere proporzioni completamente diverse di acqua verde, blu e grigia.

Infine, l’impronta idrica non comprende automaticamente tutti gli altri impatti ambientali. Un prodotto con una minore impronta d’acqua potrebbe avere maggiori emissioni, consumo di suolo, perdita di biodiversità o impiego di energia. Deve quindi essere valutato insieme ad altri indicatori, non utilizzato come unico criterio.

Conclusioni

L’acqua che vediamo scorrere dal rubinetto rappresenta soltanto una parte dell’acqua associata al nostro modo di vivere.

La produzione di alimenti, fibre e beni utilizza pioggia, umidità del terreno, fiumi, laghi e falde, spesso in luoghi lontani dal consumatore. Attraverso il commercio, una parte dell’uso dell’acqua viene trasferita virtualmente da un territorio all’altro.

Le stime globali mostrano un’impronta media molto superiore al consumo domestico diretto, ma il numero complessivo non deve essere interpretato come una quantità omogenea di acqua potabile prelevata. Acqua verde, blu e grigia rappresentano processi differenti e producono conseguenze differenti.

La domanda corretta non è soltanto quanti litri siano necessari per un prodotto. Bisogna chiedere quale acqua, prelevata dove, in quale stagione, con quale effetto sugli ecosistemi e con quale possibilità di rigenerazione.

L’acqua invisibile diventa realmente utile come concetto quando permette di spostare l’attenzione dal semplice volume alla provenienza, alla scarsità locale e alla responsabilità dell’intera filiera.

Fonti principali

Hoekstra, A. Y. e Mekonnen, M. M., The Water Footprint of Humanity, Proceedings of the National Academy of Sciences, 2012.
Mekonnen, M. M. e Hoekstra, A. Y., The Green, Blue and Grey Water Footprint of Crops and Derived Crop Products, Hydrology and Earth System Sciences, 2011.
Mekonnen, M. M. e Hoekstra, A. Y., A Global Assessment of the Water Footprint of Farm Animal Products, Ecosystems, 2012.
Hoekstra, A. Y., Chapagain, A. K., Aldaya, M. M. e Mekonnen, M. M., The Water Footprint Assessment Manual, Earthscan, 2011.
Food and Agriculture Organization of the United Nations, Agricultural Water Management e AQUASTAT.
UNESCO World Water Assessment Programme, United Nations World Water Development Reports.
Water Footprint Network, metodologia, glossario e banca dati dei prodotti.