Abstract
La quota dello zero termico è uno degli indicatori più immediati delle condizioni termiche dell’atmosfera in montagna, ma viene spesso interpretata in modo scorretto. Non rappresenta la quota oltre la quale “non fonde più il ghiaccio”, non coincide con la quota della neve e non identifica il limite di equilibrio di un ghiacciaio. Il comportamento dei ghiacciai dipende infatti dal bilancio tra accumulo e perdita di massa e, durante la stagione di fusione, dal complesso scambio di energia tra atmosfera e superficie.
L’aumento delle temperature osservato sulle Alpi ha innalzato progressivamente la quota dello zero termico e contribuito alla forte riduzione della massa glaciale. Questo fenomeno non riguarda soltanto l’estensione dei ghiacciai: modifica anche la quantità e soprattutto la distribuzione stagionale dell’acqua nei bacini alimentati dalla neve e dal ghiaccio. Comprendere questi processi richiede quindi di distinguere grandezze che nel linguaggio comune vengono spesso confuse.
Parole chiave: zero termico, ghiacciai, bilancio di massa, ablazione, accumulo, neve, ELA, acqua, criosfera, Alpi.
Lo zero termico
La temperatura dell’aria generalmente diminuisce salendo di quota, anche se il gradiente termico reale varia continuamente con le condizioni atmosferiche. La quota dello zero termico indica l’altitudine alla quale, nell’atmosfera libera, viene misurata una temperatura di 0 °C.
Può essere determinata mediante radiosondaggi oppure ricavata da misure meteorologiche effettuate a diverse quote. In presenza di inversioni termiche possono inoltre esistere più livelli nei quali la temperatura attraversa gli 0 °C: l’atmosfera reale non presenta necessariamente una diminuzione uniforme della temperatura con l’altitudine.
La quota dello zero termico cambia continuamente. Sulle Alpi è normalmente più bassa in inverno e più elevata in estate. Per il periodo climatico 1991-2020, ad esempio, MeteoSwiss indica per l’atmosfera libera sopra Payerne una quota media annuale di circa 2.605 m, con valori estivi medi prossimi ai 4.000 m in luglio ma con episodi estremi nei quali può raggiungere circa 5.000 m.
Zero termico non significa “sotto questa quota il ghiaccio fonde”
È una delle semplificazioni più frequenti.
Una temperatura dell’aria superiore a 0 °C favorisce la fusione, ma non è un interruttore che accende automaticamente lo scioglimento del ghiacciaio.
Per fondere il ghiaccio deve essere disponibile energia. Il bilancio energetico della superficie comprende, tra gli altri contributi, radiazione solare assorbita, radiazione infrarossa, scambi di calore sensibile e latente con l’atmosfera e caratteristiche della superficie.
Anche l’albedo è importante: neve fresca e ghiaccio scuro non assorbono la stessa quantità di radiazione solare. Una superficie chiara riflette una frazione maggiore dell’energia incidente, mentre una superficie più scura ne assorbe di più. Studi sul bilancio energetico dei ghiacciai mostrano infatti che temperatura dell’aria, radiazione e albedo concorrono alla quantità di energia disponibile per la fusione.
Lo zero termico resta quindi un indicatore meteorologico molto utile, ma non misura direttamente la quantità di ghiaccio che fonde.
Zero termico, quota neve e linea di equilibrio non sono la stessa cosa
Tre grandezze vengono frequentemente confuse.
Lo zero termico riguarda la temperatura dell’aria.
La quota neve indica approssimativamente la quota alla quale una precipitazione raggiunge prevalentemente il terreno sotto forma di neve anziché di pioggia. È influenzata dal profilo di temperatura e umidità dell’intera colonna atmosferica e non coincide necessariamente con lo zero termico.
La linea di equilibrio di un ghiacciaio, indicata spesso con ELA, Equilibrium Line Altitude, è invece un concetto glaciologico. Alla fine dell’anno di bilancio separa la zona in cui il ghiacciaio ha complessivamente guadagnato massa dalla zona nella quale ne ha persa. In corrispondenza della linea di equilibrio il bilancio di massa superficiale è, per definizione, nullo.
Confondere queste tre quote porta facilmente a conclusioni sbagliate.
Come si mantiene un ghiacciaio
Un ghiacciaio non è una massa di ghiaccio immobile. Riceve materiale, perde materiale e il ghiaccio stesso si deforma e scorre lentamente sotto l’azione della gravità.
La grandezza fondamentale per determinarne lo stato è il bilancio di massa:
bilancio di massa = accumulo − ablazione
L’accumulo deriva principalmente dalla neve che permane sul ghiacciaio e viene progressivamente trasformata in firn e quindi in ghiaccio.
L’ablazione comprende invece i processi che determinano perdita di massa, principalmente fusione, ma anche sublimazione e, per alcuni tipi di ghiacciaio, distacco di ghiaccio.
Se durante un anno l’accumulo supera l’ablazione, il bilancio è positivo. Se accade il contrario, è negativo. Una successione di bilanci negativi determina una progressiva perdita di massa.
Questo significa che non basta osservare quanto ha nevicato durante un singolo inverno.
Un inverno molto nevoso può aumentare l’accumulo e proteggere temporaneamente il ghiaccio grazie alla presenza di neve ad albedo elevata. Ma una stagione calda sufficientemente lunga e intensa può eliminare completamente quell’accumulo e successivamente intaccare il ghiaccio formatosi negli anni precedenti.
Non è quindi scientificamente corretto affermare che “ha nevicato molto, quindi il ghiacciaio si è ripreso” senza conoscere il bilancio finale dell’intero anno glaciologico.
Perché la fronte arretra
Anche l’espressione “il ghiacciaio arretra” può generare un’immagine sbagliata.
Il ghiaccio non comincia a scorrere verso monte.
Continua normalmente a muoversi verso valle. La posizione della fronte dipende però dal confronto tra la quantità di ghiaccio che raggiunge la parte terminale e quella che viene persa.
Quando la perdita è maggiore dell’apporto, la fronte si sposta progressivamente verso monte.
Per questo la variazione della lunghezza non equivale alla variazione della massa. Un ghiacciaio può perdere spessore e volume molto prima che la posizione della sua fronte mostri una variazione altrettanto evidente.
La misura della fronte è quindi utile, soprattutto nelle serie storiche molto lunghe, ma il parametro fondamentale per stabilire quanto ghiaccio sia stato guadagnato o perso rimane il bilancio di massa.
Lo zero termico sulle Alpi sta salendo
Le osservazioni di lungo periodo permettono di distinguere una tendenza climatica dalle normali oscillazioni meteorologiche.
Sul versante settentrionale delle Alpi svizzere, confrontando il periodo 1871-1900 con il 1990-2019, MeteoSwiss rileva un innalzamento della quota dello zero termico in tutti i mesi dell’anno. L’aumento è generalmente dell’ordine di 300-400 m, con differenze stagionali: circa 200-250 m in alcuni mesi e fino a 600-700 m in dicembre e gennaio. Dal 1970 l’aumento è accelerato e, in primavera ed estate, ha in alcuni casi superato i 100 m per decennio.
Non significa che ogni anno lo zero termico debba essere più alto dell’anno precedente. La meteorologia produce continuamente oscillazioni, anche molto ampie.
Una giornata fredda, un inverno nevoso o una temporanea discesa dello zero termico non contraddicono quindi la tendenza climatica, così come una singola giornata eccezionalmente calda non sarebbe sufficiente da sola a dimostrarla.
Sono le serie di osservazioni prolungate nel tempo a permettere di individuare il cambiamento.
Perché un innalzamento dello zero termico interessa i ghiacciai
Il collegamento non è semplicemente:
zero termico più alto = ghiaccio che fonde.
Il processo è più articolato.
Temperature più elevate possono aumentare la quota alla quale le precipitazioni cadono sotto forma di pioggia anziché di neve, riducendo l’accumulo nevoso in alcune fasce altitudinali.
Una copertura nevosa che scompare prima espone inoltre il ghiaccio sottostante per un periodo più lungo. Poiché il ghiaccio generalmente assorbe una frazione maggiore della radiazione solare rispetto alla neve fresca, la superficie può ricevere più energia.
Una stagione con temperature favorevoli alla fusione più lunga aumenta infine il periodo durante il quale può verificarsi ablazione.
La conseguenza non dipende quindi da un solo giorno con zero termico molto elevato, ma dalla persistenza e dalla ripetizione nel tempo di condizioni che modificano accumulo ed ablazione.
Quanto stanno perdendo i ghiacciai
Le osservazioni globali mostrano che la perdita non riguarda soltanto le Alpi.
Una grande analisi internazionale pubblicata su Nature nel 2025, basata sulla combinazione di osservazioni glaciologiche, altimetriche, gravimetriche e satellitari, ha stimato che tra il 2000 e il 2023 i ghiacciai del pianeta abbiano perso in media circa 273 ± 16 gigatonnellate di ghiaccio all’anno.
Nel complesso, la perdita è stata di circa 6.542 ± 387 Gt. Il ritmo medio di perdita è aumentato del 36 ± 10% tra il periodo 2000-2011 e il periodo 2012-2023.
Nella regione definita come Europa centrale la perdita stimata tra il 2000 e il 2023 corrisponde a circa il 39% della massa glaciale presente all’inizio del periodo, una delle riduzioni relative più elevate tra le regioni considerate.
Le osservazioni più recenti non indicano un’inversione della tendenza. Il World Glacier Monitoring Service ha stimato per l’anno idrologico 2025 una perdita globale di 408 ± 132 Gt, con l’Europa centrale ancora fra le regioni caratterizzate dalle maggiori perdite specifiche.
Nelle Alpi il fenomeno è particolarmente evidente anche perché molti ghiacciai sono relativamente piccoli e situati a quote nelle quali una variazione delle condizioni termiche può modificare sensibilmente l’estensione delle aree di accumulo e ablazione.
A cosa servono i ghiacciai
Definire i ghiacciai semplicemente come “serbatoi d’acqua” è intuitivo, ma incompleto.
Un serbatoio artificiale viene riempito e svuotato secondo una gestione programmata. Un ghiacciaio è invece una componente naturale del ciclo idrologico che immagazzina acqua su scale temporali molto lunghe e la restituisce attraverso la fusione.
La funzione importante non riguarda soltanto quanta acqua contiene, ma quando quell’acqua viene rilasciata.
La neve accumulata durante l’inverno fonde principalmente in primavera e all’inizio dell’estate. Il ghiaccio glaciale può continuare a fondere durante la stagione calda anche dopo la scomparsa della neve stagionale.
Nei bacini fortemente glacializzati questo contributo può sostenere le portate estive proprio durante periodi caratterizzati da precipitazioni ridotte e forte evaporazione.
I ghiacciai svolgono quindi anche una funzione di regolazione temporale.
Ciò non significa, però, che tutta l’acqua disponibile a valle provenga dai ghiacciai. Il deflusso di un bacino dipende contemporaneamente da precipitazioni liquide, fusione della neve stagionale, acqua glaciale, falde, evaporazione, caratteristiche geologiche e dimensioni del bacino.
Dire che “senza ghiacciai non ci sarà più acqua” è quindi scorretto.
Più correttamente, diminuirà o cambierà una delle componenti che contribuiscono all’alimentazione e alla stagionalità dei corsi d’acqua.
Il paradosso: un ghiacciaio che perde massa può inizialmente fornire più acqua
Esiste un passaggio apparentemente contraddittorio.
Quando il clima diventa più favorevole alla fusione, un ghiacciaio può inizialmente rilasciare una quantità maggiore di acqua.
Non significa che stia migliorando.
Sta consumando una parte della massa accumulata in precedenza.
Con il procedere della riduzione glaciale, il maggiore apporto di acqua di fusione può raggiungere un massimo definito peak water.
Dopo questo punto la superficie e il volume del ghiacciaio sono diventati sufficientemente piccoli perché, nonostante continui la fusione, la quantità totale di acqua proveniente dal ghiaccio inizi a diminuire.
La sequenza può essere schematizzata così:
aumento della fusione → aumento temporaneo del deflusso glaciale → riduzione della massa del ghiacciaio → raggiungimento del peak water → diminuzione del contributo glaciale
L’IPCC indica che, in alcuni bacini, durante la fase precedente al peak water il deflusso glaciale annuale può superare anche del 50% o più quello iniziale; successivamente il contributo diminuisce progressivamente con il restringimento del ghiacciaio.
È quindi sbagliato concludere che un aumento dell’acqua di fusione sia una prova della maggiore disponibilità futura della risorsa.
È, almeno in parte, acqua proveniente dalla riduzione del capitale glaciale.
Neve e ghiacciaio non sono intercambiabili
Anche neve stagionale e ghiaccio glaciale rappresentano forme solide di acqua, ma operano su scale temporali differenti.
Il manto nevoso accumulato durante un inverno costituisce principalmente una riserva stagionale.
Un ghiacciaio conserva invece ghiaccio formato attraverso numerosi cicli di accumulo e trasformazione e costituisce una riserva pluriennale o molto più lunga.
Se diminuisce la neve di un inverno, l’anno successivo può teoricamente ricostituirla.
La perdita di una grande quantità di ghiaccio glaciale non viene invece recuperata da una singola stagione nevosa favorevole.
Per ricostruire massa glaciale occorre che l’accumulo superi ripetutamente l’ablazione per periodi sufficientemente lunghi.
Che cosa significa realmente la ritrazione dei ghiacciai
La fotografia di una fronte glaciale arretrata è visivamente efficace, ma rappresenta soltanto una parte del fenomeno.
Per descrivere correttamente l’evoluzione di un ghiacciaio occorre considerare almeno:
- bilancio di massa;
- variazione di superficie;
- variazione di spessore;
- variazione di volume;
- posizione della fronte;
- estensione della zona di accumulo;
- quota della linea di equilibrio.
Queste grandezze sono correlate, ma non equivalenti.
La riduzione osservata nelle Alpi non è inoltre un fenomeno iniziato negli ultimi pochi anni. I ghiacciai alpini hanno subito importanti oscillazioni naturali nel corso dell’Olocene e hanno generalmente iniziato a ritirarsi dopo le massime estensioni della Piccola Età Glaciale. L’accelerazione delle perdite osservata negli ultimi decenni deve però essere valutata all’interno delle moderne serie climatiche e glaciologiche, che mostrano un forte aumento delle temperature e bilanci di massa persistentemente negativi.
Questo evita due errori opposti: sostenere che i ghiacciai non siano mai cambiati naturalmente oppure utilizzare le variazioni naturali del passato per negare le tendenze attualmente misurate.
Conclusioni
Lo zero termico è una grandezza atmosferica, non la quota alla quale inizia automaticamente la fusione del ghiaccio. La quota neve è un’altra grandezza ancora, mentre la linea di equilibrio appartiene al bilancio di massa del ghiacciaio.
La distinzione non è terminologica: serve a comprendere il fenomeno.
Un ghiacciaio sopravvive quando, su tempi sufficientemente lunghi, l’accumulo riesce a compensare le perdite. L’aumento delle temperature modifica questo equilibrio attraverso più processi contemporaneamente: maggiore ablazione, durata della stagione di fusione, trasformazione di parte delle precipitazioni nevose in pioggia, riduzione della copertura nevosa e variazioni del bilancio energetico della superficie.
Le osservazioni mostrano che i ghiacciai stanno perdendo massa su scala globale e che le Alpi appartengono alle regioni nelle quali la riduzione relativa è particolarmente elevata.
La conseguenza idrologica non è semplicemente “meno ghiaccio significa meno acqua”. Nelle prime fasi una maggiore fusione può persino aumentare il deflusso. Il problema emerge nel tempo: il ghiacciaio diventa progressivamente più piccolo e diminuisce la quantità di acqua immagazzinata che può essere restituita durante la stagione calda.
Il punto essenziale è quindi diverso da quello spesso riassunto in poche parole nei mezzi di informazione.
I ghiacciai non sono termometri, non sono semplici serbatoi e non scompaiono perché in una giornata lo zero termico supera una determinata quota. Sono sistemi dinamici il cui stato dipende dal bilancio di massa e di energia nel tempo.
Ed è proprio la misura di questi bilanci, non una singola temperatura o una fotografia isolata, che permette di descrivere scientificamente la loro evoluzione.
Fonti principali
- MeteoSwiss – Zero-degree isotherm e serie climatiche sulla quota dello zero termico. Fonte
- MeteoSwiss – Annual cycle of the zero degree line. Fonte
- World Meteorological Organization / World Glacier Monitoring Service – Guide to Instruments and Methods of Observation, Volume II, Measurement of Cryospheric Variables, 2024. Fonte
- The GlaMBIE Team – Community estimate of global glacier mass changes from 2000 to 2023, Nature 639, 382–388, 2025. Fonte
- The WGMS Network – Global glacier mass change in 2025, Nature Reviews Earth & Environment 7, 213–215, 2026. Fonte
- IPCC – Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate, Chapter 2: High Mountain Areas. Fonte
- Copernicus Climate Change Service – European State of the Climate 2024: Snow and glaciers. Fonte
- U.S. Geological Survey – metodi per la misura del bilancio di massa dei ghiacciai. Fonte
- Gunnarsson A., Gardarsson S. M., Pálsson F. – Modeling of surface energy balance for Icelandic glaciers using remote-sensing albedo, The Cryosphere 17, 3955–3975, 2023. Fonte